L’associazione


In questa sezione sono messi a disposizione tutti i documenti ufficiali che regolamentano la vita dell’Associazione, e il profilo etico del Gruppo Archeologico Romano, approvato nel 1986, una sorta di “linea guida” per lo svolgimento delle attività che rispecchia appieno l’impostazione di base dei Gruppi Archeologici d’Italia..

La pagina ospita inoltre l’organigramma completo delle persone che attualmente rivestono le cariche sociali a livello nazionale, con i rispettivi compiti che vengono loro assegnati ad elezioni avvenute, per sapere a chi rivolgersi specificamente in caso di dubbi o problemi di qualunque natura.

 

 

Organigramma cariche nazionali

Direzione Nazionale

 

Direttore Gianfranco Gazzetti
Vice-direttori
Cristiana Battiston
Leonardo Lozito
Vincenzo Moroni
Felice Pastore
Domenico Re
Alberto Scuderi
Luigi Sorrentino

Consiglieri Nazionali

 

Consiglieri
Walter Accialini
Letizia Bassi
Claudio Gunetti
 Silvano Pirotta
Calogero Santangelo
Lorenzo Somma
Valerio Caiazza
Fabrizio Vallelonga
Barbara Venanti
Mascia Zullo
Lucio Meldolesi

Collegio Nazionale dei Probiviri

 

Membri
Domenico Russo
Giovanni Zucconi
Giovanna Ferrante Sorrentino
Supplenti

Collegio Nazionale dei Revisori dei Conti

 

Membri Antonio Lamonica
Raffaele Iannone
Stefano Belmonte
Supplenti Camilla Palummo

 

Lineamenti ideologici del G.A. Romano

Rapporto cittadino-patrimonio artistico

Noi riteniamo che il bene culturale sia patrimonio legittimo delle comunità locali e quindi di tutti i cittadini del territorio cui appartiene. Fino ad ora il carattere elitario e specialistico dell’archeologia e in genere dello studio dell’arte ha provocato un distacco tra i fruitori di diritto di tale patrimonio (le popolazioni) e i suoi effettivi gestori (gli studiosi e i tecnici); questo distacco ha nuociuto non poco ai beni culturali del nostro Paese, distrutti spesso oltre che dagli scavatori clandestini, anche dai cittadini spaventati dalle conseguenze di un ritrovamento archeologico segnalato all’autorità competente.

Alla disinformazione di massa prodotta attraverso gli anni, si sono aggiunti, per indubbia responsabilità degli “addetti ai lavori”, due gravi fenomeni: la «colonizzazione culturale» e l’intervento spesso acritico sul terreno.

Con il primo, intere comunità ricche di storia si sono viste o private del loro patrimonio, trasportato nei centri del potere politico-archeologico, o “occupate” culturalmente da studiosi che, unici depositari del “verbo” storico-artistico, si sono spesso arrogati il diritto di scegliere il periodo da loro preferito nell’arco storico di una comunità ed imporlo come elemento preponderante se non unico nelle strutture culturali dei centri abitati (specialmente negli allestimenti dei musei), impedendo in tal modo ogni seria presa di coscienza della propria storia da parte dei cittadini, favorendo distorsioni e “miti” difficili da smantellare.

Il secondo fenomeno è quello che ha prodotto danni assai gravi alle testimonianze del passato; i funzionari addetti alla tutela hanno dovuto applicare una politica vincolistica legata all’ormai vecchia legge 1089 del 1939, senza sufficiente sensibilizzazione dei proprietari. A questo riguardo, l’uso scarso e troppo spesso distorto nel passato di premi di rinvenimento (uno degli “strumenti” ancora utili tra quelli indicati dalla legge 1089), le cui stime eseguite da personale non specializzato senza alcuna seria documentazione sui “prezzi reali” dei reperti, hanno reso irrisori i compensi assegnati non senza ritardi ai proprietari, ha ulteriormente aggravato la diffidenza dei cittadini verso gli Enti di tutela.

Tutto ciò è dovuto, secondo noi, ad una visione elitaria del bene culturale che deve scomparire, se si vuole quella partecipazione alla gestione del patrimonio artistico che da più parti si reclama.

Dalla sua fondazione il GAR si è fatto promotore di una vasta operazione di sensibilizzazione, cercando di far comprendere l’essenza e il valore dell’archeologia come ricerca delle radici della propria storia, avvicinando concretamente all’oggetto, finora considerato prezioso e misterioso, i cittadini ed appoggiandone le istanze sia sulla “riappropriazione dei beni sottratti” sia sulla “umanizzazione” dei vincoli territoriali, che, se dosati a seconda delle situazioni e soprattutto spiegati nelle loro conseguenze possono essere applicati con maggiore efficacia e soprattutto coinvolgere nell’azione di tutela le comunità stesse, rese consapevoli del proprio patrimonio e del suo valore non venale ma culturale.

Informazione di massa e fenomeno degli scavi clandestini

Da anni i mass media del nostro Paese alimentano una campagna di “informazione” che spesso si traduce in un vero e proprio incitamento a delinquere. La presentazione dei reperti storico-artistici come tesori esteticamente splendidi e di valore venale immenso, che viene accreditato anche sugli organi di informazione più seri, costituisce, oltre che una disinformazione incredibile, in quanto fatta non di rado da archeologi che ben altrimenti dovrebbero comportarsi nei riguardi del patrimonio affidato alla loro tutela, un obiettivo incitamento al collezionismo di massa che allarga il già troppo vasto fenomeno degli scavi clandestini.

Indicativa è, a tal proposito, l’assurda campagna incentrata a suo tempo sui Bronzi di Riace come prodotto di consumo di massa, che ha portato i giornali persino a tracciare mappe dei tesori nascosti nei mari italiani.

II GAR si è sempre imposto di smitizzare i reperti archeologici, spiegando il valore storico anche di un semplice “coccio” e scoraggiando il collezionismo privato, compreso quello spicciolo dei “turisti della domenica”.

Finché la stampa e gli addetti ai lavori non muteranno rotta, tutte le lacrime versate periodicamente sulle devastazioni subite dal nostro patrimonio resteranno “lacrime di coccodrillo”.

Musei

Quando nacque nel Rinascimento la passione per la scoperta del passato e di conseguenza l’amore per l’oggetto artistico esteticamente bello, si formarono le prime collezioni private che, in seguito divenute pubbliche, costituirono i nuclei base dei musei attuali. Anche se può sembrare assurdo, fino a pochi anni fa i nostri musei erano né più né meno che quelle vecchie collezioni, talvolta sistemate, ma solo a livello espositivo, in maniera più moderna. Da quando, in epoca relativamente recente, l’archeologia ha visto accentuare il suo carattere di scienza, liberandosi dalle concezioni estetizzanti in voga fino al secolo scorso, si è aperto un dibattito sulla funzione del museo e sui criteri con cui deve essere costituito, ordinato e gestito.

Oggi si oscilla tra un criterio di allestimento che potremmo definire una versione aggiornata del vecchio collezionismo, e un nuovo criterio scientifico in cui l’esposizione tecnicamente impeccabile e la presentazione dei dati, per i termini usati e i modi in cui è realizzata, sono comprensibili solo agli specialisti dei vari rami.

Alla base del primo criterio è ancora una mentalità estetica che si compiace di mettere in mostra i reperti più belli nel modo migliore: il difetto principale di questo tipo di museo è quello di far perdere il filo storico-territoriale del discorso archeologico propostovi, estraniando il reperto dal contesto stesso.

Questa tendenza, che tra l’altro continua ad alimentare il concetto di archeologia “preziosa” e “misteriosa”, è fin troppo radicata in Italia nell’opinione pubblica e purtroppo anche in quella di taluni tecnici del settore, come dimostrano le recenti polemiche sulla ristrutturazione del Museo Nazionale Romano.

La seconda tendenza, di origini molto più recenti, è frutto di un ripensamento in chiave strettamente scientifica del museo. In tal modo, però il miglioramento espositivo si traduce in un vantaggio solo per gli studiosi che avranno a disposizione un archivio assai più preciso e di facile consultazione rispetto alle vecchie collezioni. I cittadini, cioè il pubblico cui principalmente dovrebbe rivolgersi l’organizzazione di un museo, restano fuori dal discorso, di cui al massimo continueranno ad apprezzare, secondo i vecchi criteri, “il pezzo bello” senza comprenderne la collocazione storica e quindi il suo unico valore reale.

Noi pensiamo che si possano conciliare correttezza espositiva e comprensibilità creando una serie di musei didattici nei comuni, collegati ciascuno per i servizi principali e la visione scientifica generale del territorio ad un museo comprensoriale sito nel centro di maggiore importanza per ricchezza di testimonianze storiche. Tale struttura è tra l’altro già prevista nelle leggi regionali.

I musei locali devono essere musei di storia del territorio, dalle origini al passato più recente, in cui ogni cittadino possa capire la propria storia ed imparare ed apprezzare il patrimonio artistico della sua comunità calato nel contesto territoriale di provenienza.

Allo studioso sarebbe del resto sufficiente una sistemazione scientifica più ordinata e corretta dei magazzini di musei e statali e locali, per disporre di validi archivi di confronto.

L’esperienza fatta da molti di noi in Europa, con visite specializzate alle strutture museali di vari Paesi (specialmente Francia, Gran Bretagna e Germania), ci ha confortato nel ribadire le nostre tesi, già attuate nelle linee generali in decine di musei esteri.

Nel nostro Paese troppo spesso provinciale, si sostiene che la “polverizzazione” dei dati archeologici (definizione cara a molti studiosi) nuoce anche al turismo interessato. Noi ribadiamo che se per turismo si intende il coinvolgimento di larghe masse su itinerari privilegiati, tra l’altro con danni al patrimonio artistico spesso consistenti, alimentando ancora una volta i concetti estetici di archeologia e storia dell’arte, preferiamo la “polverizzazione” che costringerà le Agenzie Turistiche e gli operatori di settore ad allargare la loro offerta, immettendo nei “giri” anche comunità finora ingiustamente escluse.

Il GAR ha concretamente operato negli ultimi anni coerentemente a questa visione, creando in taluni casi musei locali e dando in altri il proprio apporto tecnico e operativo a realtà in corso di costituzione o di potenziamento. Continueremo su questa strada, convinti come siamo che sia l’unica per calare nelle realtà locali il discorso archeologico e riportare ai legittimi proprietari e fruitori i beni artistici loro sottratti da una politica accentratrice finora perseguita ammassando in pochi centri privilegiati (Roma è l’esempio più clamoroso) i beni culturali di intere regioni.

La ricerca archeologica

Un’ interpretazione restrittiva della già citata legge 1089 vorrebbe riservata allo Stato non solo la campagna di scavo archeologico o il restauro di monumenti o reperti mobili, ma anche la ricerca in generale. L’assurdità di questa affermazione, che contraddice la nostra stessa Costituzione, è evidente; eppure l’innato e ormai sedimentato corporativismo di larga parte del mondo archeologico ufficiale serve spesso per contestare ai volontari, siano essi singoli appassionati o gruppi organizzati, il diritto di partecipare all’indagine scientifica.

Noi pensiamo, confortati ormai dall’esperienza di più di 20 anni di archeologia militante, che sia positivo il far partecipare allo studio e alla ricerca anche chi non lo fa per lavoro, senza nulla togliere alla indispensabilità dei tecnici e alla loro opera professionale. Non si tratta di sostituirsi agli organi preposti alla ricerca, ma semplicemente di associare ad essa appassionati ed interessati, che spesso arricchiscono con esperienze ed apporti esterni e nuovi lo stesso lavoro dello studioso, cui nuocciono molto più la chiusura mentale e il settarismo.

Alla base della nostra ricerca è stata, fin dalle origini, la ricognizione territoriale. Questo metodo, oltre che arricchire di dati spesso importanti il panorama archeologico della nostra regione, consente meglio il contatto diretto con il territorio e le sue realtà non soltanto archeologiche, ma sociali e culturali in genere. L’osservazione diretta del terreno e lo studio della collocazione topografica di determinate presenze aiutano non poco a capire il perché di un rinvenimento e la logica storica di certe popolazioni e dei loro insediamenti.

Questa attività pratica ha costituito per anni la novità della ricerca archeologica da noi svolta, novità in seguito “sposata” anche da gran parte dell’archeologia ufficiale che per lungo tempo l’aveva contestata.

I dati ricavati dall’attività scientifica del Gruppo vengono pubblicati in volumi monografici accanto a testi didattici per chi si accosta per la prima volta alla storia del passato; tali pubblicazioni costituiscono il risultato tangibile della nostra attività.

Rapporti con le scuole

Fin dai suoi primi anni di vita, il GAR ha svolto un’intensa azione nelle Scuole Medie Superiori romane, volta a promuovere l’interesse verso l’archeologia e i problemi connessi alla tutela del patrimonio artistico. Negli ultimi dieci anni il rapporto con le Scuole si è stabilizzato, passando attraverso due fasi. Dapprima la costituzione di sezioni scolastiche con responsabili nei principali Istituti Superiori della Capitale che tenessero viva nella Scuola la passione per l’archeologia e l’interesse per l’attività militante del Gruppo; in seguito, prima con lo sviluppo di numerose iniziative di turismo scolastico (visite guidate in zone archeologiche del Lazio e di Roma) e di didattica (corsi di archeologia nelle scuole su vari argomenti), poi con l’organizzazione di campi di lavoro e di animazione estesi anche alle scuole inferiori in collaborazione con Comune e Provincia di Roma. L’attività del GAR nel settore specifico si è allargata con un aumento qualitativo delle iniziative promosse.

Le sezioni scolastiche, coerentemente con la politica del Gruppo, diffondono negli Istituti le proposte alternative del GAR sulla gestione del patrimonio storico-artistico, attraverso mostre e dibattiti. L’attività didattica per le Scuole medie inferiori è basata invece sulla sollecitazione della fantasia dei ragazzi con esperimenti pratici (come la lavorazione dell’argilla, la poesia, il mimo, il disegno etc.), tesi ad avvicinare il ragazzo all’archeologia alle sue problematiche in maniera nuova e creativa.

Rapporti con il mondo del lavoro

In questo campo il Gruppo ha curato iniziative volte a sensibilizzare operai ed impiegati. Ricordiamo la sezione della SELENIA ed i nuclei archeologici sorti all’ALITALIA, al dopolavoro FF.SS. e alla SNIA VISCOSA di Colleferro.

Negli ultimi anni il Gruppo ha intensificato la sua attività con i CRAL aziendali, portando l’archeologia con lezioni e visite guidate all’interno di queste strutture del tempo libero.

Il GAR sollecita anche da parte del mondo del lavoro una  partecipazione attiva e militante alla politica dei beni culturali, come dimostra la partecipazione determinante degli operai della SELENIA all’apertura al pubblico dell’area archeologica di largo Argentina a Roma nel 1973, e la partecipazione di impiegati dell’ALITALIA alle operazioni di salvataggio dei beni artistici del Friuli sconvolti dal terremoto del giugno 1976.

Rapporti con l’Università

Nel 1974 il GAI creò il Nucleo Studenti di Archeologia (N.S.A.) per organizzare i sempre più numerosi studenti di Lettere Classiche iscritti al Gruppo e portare la propria politica direttamente all’interno del mondo archeologico “ufficiale”.

Le prime richieste fatte dagli studenti del Gruppo (maggiore attività pratica negli Istituti, partecipazione a scavi didattici, catalogazione e studio dei reperti archeologici, modifica e aggiornamento di diversi Istituti, maggiore apertura al mondo esterno), inizialmente criticate, furono successivamente fatte proprie da diversi Istituti Universitari che recepirono i suggerimenti tecnici, pur non accettando quelli più propriamente politici.

Oggi che gli archeologi e gli studenti del GAI superano abbondantemente il nucleo iniziale del 1974, è necessario intensificare la propaganda all’ interno dell’Università, che resta uno dei centri di formazione, oltre che culturale, “mentale” degli archeologi e quindi responsabile prima del settarismo ancora vigente in gran parte del mondo dei professionisti.

Bisogna comunque riconoscere che l’azione costante dei nostri studenti ha portato ad un allentamento della chiusura pregiudiziale vigente in passato e all’instaurarsi di diversi rapporti di collaborazione.

Rapporti con le Soprintendenze

Fin dalle origini il GAR introdusse nel suo Statuto la collaborazione con le Soprintendenze, come punto caratterizzante del suo rapporto con il mondo archeologico “ufficiale”.

Un’associazione che svolge attività militante e che dà al territorio e alla sua conoscenza l’importanza che noi abbiamo dato, non può che privilegiare il rapporto con gli Enti di tutela che tale territorio devono gestire.

I rapporti sono sempre stati variabili e legati al contatto personale con funzionari o Soprintendenti senza che questo (tranne che nel caso della Soprintendenza Archeologica per l’Etruria meridionale) si tramutasse in collaborazione organica e costruttiva. Scontri duri si sono così alternati a intense e fruttuose collaborazioni.

Coerentemente a quanto stabilito nel nostro Statuto, il GAR offre la propria collaborazione agli Enti di tutela riservandosi però il diritto di critica e stimolo perché questi si muovano in direzione di un’apertura verso gli enti locali, le associazioni, i cittadini, coinvolgendoli nella gestione del patrimonio storico-artistico.

Una moderna politica del territorio nel campo dei beni culturali non può prescindere da una collaborazione tra Stato ed enti locali, tra associazioni e funzionari scientifici. Le Soprintendenze non devono essere strumenti di governo “feudale”, ma essenziali organi di collegamento, di coordinamento, indirizzo e controllo tecnico nei campo dei beni culturali di ogni regione. I soci dei GAR che prestano la loro opera nelle Soprintendenze portano queste idee all’interno del proprio ambiente di lavoro, applicandole nella gestione quotidiana delle zone loro affidate.

Il Gar nella Protezione Civile

Il Gruppo Archeologico Romano è sempre stato presente durante le tragiche calamità che hanno colpito il nostro Paese negli ultimi 20 anni.

Ricordiamo a questo proposito:

Tuscania (1971) Fu evacuato il Museo e recuperato il patrimonio ecclesiastico e monumentale (tra l’altro, il rosone della chiesa di S. Pietro). 100 volontari circa per un mese, con campo proprio.

Friuli (1976) Il Gruppo fu impegnato a Gemona, Osoppo e Trasaghis, dove fu recuperato tutto il patrimonio culturale esistente in zona. Oltre 300 volontari per tre mesi, con campo proprio.

Lucania-Irpinia (1980) Il Gruppo recuperò la quasi totalità dei beni culturali dell’area lucana (in particolare, Muro Lucano) ed operò successivamente in oltre 30 centri dell’Irpinia. Circa 300 volontari per due mesi, con due campi propri.

Dal 1984 il Gruppo è rappresentato presso la Sottocommissione BB.CC. del Ministero per la Protezione Civile.

Nell’ambito del Gruppo opera un settore di volontari P.C. composto da un centinaio di elementi, per i quali vengono organizzati periodici campi di addestramento.

Volontariato in contrapposizione allo spontaneismo

Tutta l’attività del Gruppo è svolta da volontari che prestano la loro opera senza richiedere alcun compenso; teniamo comunque a distinguere in modo particolare il volontariato, in cui ci riconosciamo, dallo spontaneismo episodico e disorganizzato, comune a gruppi di cittadini ed anche ad alcune associazioni che agiscono senza precisi programmi e con strutture fatiscenti.

Molto spesso nostri critici ci accomunano a tutti i gruppi e a tutti gli appassionati sotto l’etichetta di “dilettanti”, bollando con questa definizione ogni iniziativa culturale di base.

Noi siamo contrari al dilettantismo anche nel volontariato e ci siamo più volte espressi per la creazione di albi regionali che consentano una seria verifica e un controllo da parte di organi politici e amministrativi della validità scientifica e delle capacità organizzative delle singole associazioni. Il volontariato è per noi partecipazione attiva dei cittadini alla gestione del patrimonio culturale con un impegno costante e organizzato, con una programmazione e una linea di politica culturale precisa; lo spontaneismo è invece frutto di iniziative individuali non inquadrate con una precisa finalizzazione e spesso dannose anche per la causa dell’associazionismo di base.

Spesso lo spontaneismo viene sfruttato dagli “addetti ai lavori” come manovalanza che non dà problemi perché non organizzata e senza idee.

Per combattere questo fenomeno e non disperdere le potenzialità esistenti in ogni associazione e gruppo, il GAR si è fatto promotore di un Comitato di Collegamento tra associazioni archeologiche a livello europeo che costituisce un polo di fondamentale importanza per una moderna politica dei beni culturali in Italia.